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presentazione
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roby facchinetti

Io lo chiamo il mio attore, lui mi chiama il suo poeta. Il mio attore Gianluca lo è davvero, mentre io sarò anche suo ma di certo non un poeta (cos’è un poeta?). Anzi questa attribuzione mi dà un po’ fastidio, sempre. Ma a lui la permetto perché so cosa vuole dire in realtà. Una volta – dopo aver letto il mio primo testo teatrale per lui – mi ha detto: “tu vuoi bene agli attori, perché uno che scrive in questo modo non può che voler bene agli attori”. Credo sia stato il complimento più bello (e inaspettato) di tutta la mia vita. Più che agli attori volevo bene a lui, che però certo è un attore. Dunque, i conti tornano. Ecco, volevo proprio arrivare qui. Se dovessi dire il troppo che sento con una sola semplice frase direi: fra me e Gianluca, i conti tornano. Sempre. Da tutti i punti di vista. E non venitemi a dire che questo non è un miracolo. Naturalmente avete capito che siamo nel campo delle emozioni, non di vanità e reciproci salivosi salamelecchi. Io scrivo – scrivo come mi riesce, come so, come mi piace e, lo ammetto, per inaudita libertà e fortuna, come mi pare – e ho già nella testa la sua voce. Non potete immaginare cosa significhi una cosa del genere, quali brividi dia. Lui mi legge e si emoziona, e gli viene voglia, si vede, voglia vera, di dire quelle parole su un palco. In un mondo di ridicoli portavoce, Gianluca non è il mio portavoce, è la (mia) voce. Non è pazzesco? (Anche il corpo il sudore i gesti le espressioni del viso ma prima di tutto la voce). Io sì che ho bisogno di lui, perché la mia voce su un palco non saprei mai “portarla”. Lui – è ovvio – è un interprete, non un lettore. Per questo è pienamente “voce” e non “portavoce”. E non è la parola che crea il mondo, che dà alle cose i significati? Senza Gianluca, io non esisterei, avrei parole ma non voce. E c’è un’altra cosa, che sfiora laicamente il mito e il rito. Ci vuole un bel coraggio ad assumere su di sé, fare totalmente proprie le parole e le storie di un altro. Ci vuole una cosa enorme che si chiama in un solo modo: fede. Gianluca è uno che ha fede in me. È così, per definizione, per quanto terribile sia. Ma “terribile” nel senso del mistero, quando “terribile” ha lo stesso significato di “meraviglioso” e “straordinario”, esperienza “limite”: il volto di dio che non si può guardare perché troppo abbagliante.


Piergiorgio Paterlini

GIANLUCA FERRATO

Diplomato alla scuola del Piccolo Teatro di Milano, dove debutta in Arlecchino servitore di due padroni, diretto da Giorgio Strehler.

Ha preso parte a numerosi allestimenti classici, fra cui: Le Baccanti di Euripide; Rudens di T.M. Plauto; Romeo e Giulietta, Il mercante di Venezia, Macbeth di William Shakespeare; Turandot di Giacomo Puccini.

Tra i testi contemporanei che lo hanno visto protagonista vanno ricordati: Enrico IV, Pensaci, Giacomino! di Luigi Pirandello; La strana coppia di Neil Simon; La Califfa di Alberto Bevilacqua; Ultima stagione in serie A di Mauro Mandolini.

Gli spettacoli musicali, tra operetta e musical: Kiss me, Kate! di C. Porter; Salomè da O. Wilde; Cabaret di F. Ebb e J. Kander.

Da solista ha portato in scena: Macchè gli U2?! Volevo essere Rita Pavone! di M. Ioannucci e G. Ferrato; Riflessioni di un primate in cattività di I. Mc Ewan; Dove il cielo va a finire. Una storia per Mia Martini di P. Paterlini; Quante vite avrei voluto. Una storia per Luigi Tenco di P. Paterlini.

È stato diretto nel corso della sua carriera tra gli altri da: Giorgio Strehler, Giancarlo Cobelli, Saverio Marconi, Marco Mattolini, Gino Landi, Luigi Squarzina, Filippo Crivelli, Patrick Rossi Gastaldi, Alessandro Benvenuti, Furio Bordon.

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